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La nostra attenzione è sulla Russia, sui temi dell’Est, dell’ex Unione Sovietica, della Cina e di quei paesi che erano inseriti nell’attività del Comecon, la comunità economica del cosiddetto campo socialista

 

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Il 20 gennaio 2011

 

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20 gennaio 2011

 

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Nuovi russi, nuovi oligarchi 

 

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DAL FEBBRAIO 2010

E’ RIPRESA  

LA PUBBLICAZIONE DI

“NOTIZIE DALL’EST”

 

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n. 2 - marzo  - 2010

La nostra attenzione è sui temi dell’Est, dell’ex Unione Sovietica, della Cina e di quei paesi che erano inseriti nell’attività del Comecon, la comunità economica del cosiddetto campo socialista

Questa edizione è stata messa in rete il 10 marzo 2010

La prossima edizione uscirà ad aprile  2010

 

EDITORIALE

In due al vertice della Russia. La realtà russa al centro dell’analisi attuale comprende, in dettaglio,  il periodo di questo mese di marzo. 

Si conferma l’assudità di un duopolio di potere al vertice del paese. Da un lato il presidente Dmitrij Medvedev e dall’altro il premier Vladimir Putin.

Medvedev (Leningrado 14 settembre 1965) è il tipico e cinico carrierista dell’epoca postsovietica. E’ dal 7 maggio del 2008 che ricopre la carica di Presidente della Russia senza essere mai attaccato o contestato..

Medvedev si è laureato presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Leningrado nel 1987 insieme a Ilja Eliseev, Anton Ivanov, Nikolaj Vinničenko e Konstantin Čujčenko, e nel 1990 ha conseguito un dottorato in Diritto privato dalla stessa Università. Nel 1990 ha lavorato all'Agenzia Municipale Sovietica per il petrolio di Leningrado. Un posto di grande rilievo per una carriera all’insegna dell’economia... Tra il 1991 e il 1999 è stato docente nell’Università in cui si è laureato, denominata Università Statale di San Pietroburgo. Dal 1991 al 1996 è stato fra gli esperti del Comitato per le relazioni esterne (e anche qui un posto di rilievo a contatto con i grandi del mondo dell’economia) dell’ufficio del sindaco di San Pietroburgo.

Nel novembre del 1993 Medvedev ha gestito l’ufficio legale della Ilim Pulp, società con sede a San Pietroburgo (e anche qui contatti con il mondo dell’economia). Nel 1998 è stato eletto membro del Consiglio di amministrazione della cartiera Bratskij LPK. Ha lavorato per la Ilim Pulp fino al 1999.

Nel novembre del 1999 è diventato uno dei tanti amministratori di San Pietroburgo portati ai vertici dello Stato da Vladimir Putin. A dicembre dello stesso anno è stato nominato capo delegato dello staff presidenziale. Dmitrij Medvedev è diventato uno dei politici più vicini al Presidente Putin durante le elezioni del 2000, quando è stato posto a capo del quartier generale della campagna elettorale. Dal 2000 al 2001 ha presieduto il consiglio di amministrazione di Gazprom (la piovra energetica che domina nel mondo), del quale ha fatto parte anche fra il 2001 e il 2002. Nel giugno dello stesso anno è ritornato presidente, posizione mantenuta fino al 2003, quando nel mese di ottobre ha sostituito Aleksander Vološin, divenendo capo dello staff presidenziale.

Nel novembre 2005 è stato nominato da Putin Vice-Primo Ministro, presidente del Consiglio per lo sviluppo dei progetti prioritari nazionali e presidente del Presidio del Consiglio. Dmitrij Medvedev è considerato un moderato liberale, pragmatico, ma fortemente ambizioso e profondamente carrierista.

Dopo essere stato scelto come candidato alle successive elezioni presidenziali russe dal partito del precedente presidente Putin, “Russia Unita”, è stato eletto come successore di quest'ultimo, entrando in carica il 7 maggio.

Per Putin la carriera è, invece,  tutta all’insegna del suo servizio nel Kgb nella città dell’allora Germania Orientale, Dresda. Nato a Leningrado il 7 ottobre 1952 Putin si è laureato in Diritto Internazionale alla Facoltà di Legge dell'Università Statale di Leningrado nel 1975. Membro del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, fu arruolato alla fine degli studi nel KGB. Durante la sua carriera come membro e quindi dirigente dell'organizzazione segreta, durata dal 1975 al 1991, ha vissuto per cinque anni a Dresda, nella Repubblica Democratica Tedesca svolgendo missioni delicate soprattutto nel campo dell’intelligence nei confronti del mondo economico.

Dopo il collasso del regime della Germania Est, Putin è stato  richiamato in Unione Sovietica. Rientrato  a Leningrado, dove, dal giugno del 1991, venne inserito nella sezione Affari internazionali dell'Università Statale, sottoposto al vice-direttore Juri Molčanov. Nella sua nuova posizione, rinsaldò i rapporti con Anatolj Sobčak l'allora sindaco di Leningrado (figura equivoca del periodo sovietico). Il futuro Presidente rassegnò le proprie dimissioni dai servizi di sicurezza il 20 agosto 1991 durante il fallito colpo di Stato, supportato dal KGB, contro Gorbačëv.

Nel mese di maggio 1990 fu nominato consigliere del sindaco di San Pietroburgo per gli affari internazionali. Dal 28 giugno 1991 fu posto alla direzione del comitato per le relazioni esterne della città, con il compito di promuovere i rapporti internazionali e attirare gli investimenti stranieri. E anche in questo caso una sua  totale dipendenza dalle questioni relative all’economia. Il comitato fu inoltre incaricato di registrare le imprese estere presenti a San Pietroburgo.

 Nello stesso periodo in cui Putin lo dirigeva, nell'organo lavorava no anche Aleksej Miller, l'attuale CEO del Gazprom, (15 dicembre 1991 - 1996) e un elevato numero di politici e businessman. Dopo un anno di direzione, l'operato di Putin fu messo sotto esame da una commissione del consiglio legislativo della città. Nella propria relazione finale tale organo rilevò che i prezzi applicati dal comitato nei confronti degli imprenditori esteri erano eccessivamente bassi e che questi aveva concesso delle licenze per l'esportazione dei metalli non ferrosi (per un valore stimato in 93 milioni di dollari) in cambio di aiuti alimentari che non giunsero mai nella città. La proposta di immediata revoca della carica non sortì tuttavia alcun effetto: Putin rimase a capo del comitato per le relazioni esterne fino al 1996. Dal 1992 al marzo 2000 gli fu inoltre affidata la direzione del St. Petersburg Immobilien und Beteiligungs AG (SPAG), una agenzia immobiliare tedesca, finita sotto inchiesta in Germania per riciclaggio di denaro sporco.

Nel 1994 Putin venne nominato deputato alle elezioni supplementari della città di San Pietroburgo. Dal 1995 fino al giugno del 1997 guidò la delegazione pro-governo della città nel partito politicoLa nostra casa è la Russia” ; durante questo stesso periodo fu inoltre a capo del Gruppo editoriale del giornale “Sankt-Peterburgskie Vedomosti”.

Nel 1996 Anatoly Sobchak – decisamente sfiduciato dalla maggioranza della popolazione - perse le elezioni della città di San Pietroburgo a favore del rivale Vladimir Jakovlev. Il futuro presidente russo venne allora chiamato a Mosca e, nel giugno 1996, divenne capo delegato del Dipartimento per la gestione della proprietà presidenziale (carica che occuperà fino al 1998), alle dipendenze di Pavel Borodin. Occuperà questa posizione fino al marzo del 1997. Il 26 marzo 1997 il presidente Boris Nikolaevič El'cin (già noto negli ambienti politici come un incallito alcolizzato) lo nominò delegato capo del Personale Presidenziale, carica che occupò fino a maggio 1998.

Il 27 giugno 1997 Putin conseguì il Master in economia, primo livello post laurea, all'Istituto Minerario di San Pietroburgo con una relazione dal titolo "La progettazione strategica delle risorse regionali sotto la formazione dei rapporti del mercato".

Secondo Clifford, G. Gaddy, un collega dell'istituto Brookings, 16 delle 20 pagine che aprono una sezione chiave del lavoro di Putin erano copiate parola per parola da uno studio dell'amministrazione, “La Progettazione Strategica e la Politica”, scritte del professor William King degli Stati Uniti e da David Cleland. Lo studio è stato tradotto in Russo da un istituto vicino al KGB all'inizio degli anni ‘90.

Il 25 maggio 1998 Putin fu nominato "Primo delegato capo del personale presidenziale per le regioni", (sostituendo Viktoriya Mitina) ed il 15 luglio dello stesso anno divenne Presidente della Commissione per la Preparazione degli Accordi sulla limitazione del potere alle regioni" (in cui sostituisce Sergeij Shachrai). Dopo l'arrivo di Putin, la commissione non ha completato tali accordi, anche se durante il mandato di Shakhray ne erano già stati conclusi 46.

Il 25 luglio 1998 El'cin nominò Vladimir Putin capo del FSB (una delle agenzie che successero al KGB), ruolo che quest'ultimo occuperà fino all' agosto del 1999. Divenne un membro permanente del Consiglio di sicurezza della federazione russa il 1º ottobre 1998 e suo responsabile il 29 marzo 1999. Nel mese di aprile del 1999, Putin ed il Ministro degli interni Sergei Stepašin tennero una conferenza stampa televisiva in cui mostrarono un video rappresentante un uomo nudo, molto simile al procuratore generale della Russia, Juri Skuratov, a letto insieme a due giovani donne. Putin sostenne che, dall'analisi degli esperti del FSB, l'uomo era proprio Skuratov e che l'orgia era  stata organizzata da ricchi criminali russi. Skuratov era stato in passato avversario del presidente El'cin e aveva denunciato la corruzione del suo governo.

Sin qui le “carriere” dei due personaggi che detengono e si contendono il potere. E così i laudatores del regime sono costretti ogni giorno a bilanciare – quanto ad informazione – le due figure. E alla tv se Medvedev inaugura un asilo nido c’è subito Putin che visita una fattoria. Se Putin visita un ospedale c’è subito un Medvedev che si incontra con gli universitari. E via di seguito. Ogni giorno e su ogni telegiornale. Ed è stato così anche in questo mese di marzo 2010.

 

 

SOCIETA’

“Evghenija Albaz, direttrice del The New Time”. Giornalista e docente di politologia. Ha lavorato nella redazione delle Izvestija e poi – dal 1986 al 1992 – nella redazione di “Moskovskie Novosti”. E’ passata poi – dal 1993 al 2000- in una commissione della Presidenza della Russia. Si è impegnata nel processo nei confronti del Pcus. Autrice di varie opere (tra queste “La questione ebraica”). Insegna in varie università americane. Si distingue attualmente con posizioni prettamente filoisraeliane, filoamericane,  anti-Urss e anticomuniste. Collabora attivamente alla trasmissione radio “Eco di Mosca” che è di aperto orientamento filoisraeliano.

 

LIBRI, ARTICOLI, SAGGI

“Da Stalingrado a Berlino”.  L’editrice russa “Eksmo” presenta in questi mesi l’opera del generale Valentin Varennikov intitolata “Da Stalingrado a Berlino”. Libro di memorie dove vengono illustrate le fasi più importanti della grande guerra patriottica che videro Varennikov ai vertici dello stato maggiore

Varennikov, è stato uno degli esponenti più noti dell’oltranzismo “nostalgico” in Russia, un uomo che non ha mai accettato il minimo compromesso con il nuovo potere instauratosi nel paese dopo la fine dell’Urss nel 1991 e ha anzi cercato - pagando di persona - in tutti i modi di contrastarlo. Varennikov, classe 1923, combattè nella seconda guerra mondiale, da Stalingrado a Berlino; la sua carriera lo portò successivamente in ruoli centrali nella vita militare dell’Urss della seconda metà del secolo, con importanti incarichi di comando in Angola, in Etiopia, in Siria e infine in Afghanistan, dove ricoprì l’incarico di rappresentante del governo dell’Urss durante gli anni della guerra contro i militanti islamici. Durante la sua lunga carriera ottenne l’onorificenza di Eroe dell’Unione sovietica e di Cavaliere della Gloria.  Nel 1991, quando ricopriva l’incarico di vicecapo di stato maggiore generale, Varennikov assunse un ruolo importante all’interno del Gkcp, il “comitato d’emergenza” che inscenò un putsch contro il presidente Michail Gorbaciov. Sconfitto, venne arrestato e rimase in carcere fino al 1994, quando venne amnistiato: ma con orgoglio il generale rifiutò l’amnistia chiedendo di essere invece processato - e nel processo, l’anno successivo, venne infatti assolto e rirpristinato nel grado, anche se da allora in poi i suoi incarichi sono sempre stati molto marginali. Nello stesso 1995 venne eletto deputato alla Duma nelle liste del Partito comunista, e rimase deputato fino al 2007.

 

ECONOMIA

Un anno di profondo rosso. Lo stesso Presidente Dmitri Medvedev lo ha ammesso: il 2009 è stato l’anno più duro per l’economia russa dopo il tracollo del 1998. I dati ufficializzati oggi, del resto, non lasciano spazio a dubbi, visto che il Prodotto interno lordo è calato del 7,9%. A questo si aggiunge una situazione macroeconomica dissestata. Il deficit del bilancio pubblico ha quasi raggiunto il 7% del Pil, il tasso di inflazione è oltre il 9%, la disoccupazione attorno all’8%.

La situazione ha iniziato a deteriorarsi circa un anno e mezzo fa, a seguito della crisi finanziaria internazionale e in concomitanza con il conflitto in Georgia, ed ha avuto effetti letteralmente devastanti sull’economia russa. Una decina di istituti bancari di piccole dimensioni sono stati chiusi, la produzione industriale è calata sensibilmente, molte imprese hanno dovuto ricorrere all’aiuto statale o indebitarsi con le banche per rimanere a galla, decine di migliaia di persone hanno perduto il posto di lavoro e altrettante hanno visto il proprio salario fortemente ridotto. Ora la situazione sta lentamente migliorando, ma il colpo è stato durissimo.

Alla luce degli elevati e costanti tassi di crescita registrati a Mosca nei dieci anni precedenti, si tratta di una sequenza di dati stupefacenti, soprattutto se si paragona l’impatto della crisi internazionale sull’economia russa a quello registrato in altri Paesi emergenti, come Cina, India e Polonia, dove la crescita ha subito solo un rallentamento. In realtà, la spiegazione è piuttosto semplice: dopo la transizione al capitalismo, la Russia non ha saputo creare un sistema economico equilibrato e ha continuato a dipendere quasi esclusivamente dallo sfruttamento e dall’esportazione delle risorse naturali del proprio ricco territorio. Petrolio, innanzitutto, ma anche metalli e carbone.

In questo modo, il Paese dipende dalle fluttuazioni del commercio internazionale di materie prime e quando il resto del mondo ne acquista meno, il sistema va in tilt. Anche la ripresa che al Cremlino auspicano arrivi nel 2010 dipenderà essenzialmente dal previsto aumento dei prezzi del petrolio e non da una strategia di sviluppo industriale. Ci sarebbe da aspettarsi di più da un Paese che aspira a giocare un ruolo di peso nell’economia globale.

 

 

RELAZIONI INTERNAZIONALI

Svezia. Il Primo ministro della Svezia Fredrik Reinfeldt  in visita a a Mosca, ha esaminato lo stato dei rapporti russo-svedesi nel campo politico ed economico. Si è incontrato con il Presidente russo Dmitrij Medvedev, con il capo del Governo Vladimir Putin. Nell’ambito della tematica internazionale particolare attenzione le parti hanno  dedicato all’interazione nella regione del Mare Baltico, nel Nord dell’Europa e nell’Artide.

 

Croazia.  Il 2 marzo 2010 il primo ministro croato Jadranka Kosor ha incontrato Vladimir Putin a Mosca. Alla fine dell’incontro i due paesi hanno annunciato di aver raggiunto un accordo di cooperazione in ambito tecnico, scientifico e turistico. Kosor ha poi espresso l’intenzione di raddoppiare le importazioni di gas dalla Russia e di partecipare alla costruzione del South Stream, il gasdotto che dovrebbe trasportare il gas dalla Russia all’Europa attraverso il Mar Nero. Inoltre il premier croato ha discusso con Putin della possibilità di utilizzare il terminale croato di Omisalj per esportare  il petrolio russo. Risulta quindi sempre più chiaro che la

Russia cerca di stabilire relazioni sull’energia con la Croazia per la sua posizione strategica sul mare Adriatico. L’UE, intanto, preme per la costruzione di un rigassificatore di gas naturale liquefatto (GNL)  a Omisalj, che rifornirebbe l’Europa centrale e farebbe perdere importanza al gas russo per la regione. La Russia corteggia Zagabria anche  per evitare che il progetto vada a buon fine, e promette grandi guadagni sul transito del petrolio russo in Croazia al terminale di Omisalj, e una partnership di lunga durata fra i due paesi con la partecipazione al progetto South Stream.

Intanto è noto che l’Europa centrale cerca un’alternativa all’energia russa, data l’esperienza di come la dipendenza da Mosca renda vulnerabili alla possibilità di tagli unilaterali ai rifornimenti, e il GNL appare come un’alternativa valida.  Le aree dove si potrebbero costruire infrastrutture per rifornire di GNL l’Europa centrale sono: il mar Baltico, le cui acque sono però sotto controllo russo, il mar Adriatico e l’Egeo. La Grecia al momento non ha capitali da investire nella costruzione delle infrastrutture, dunque l’UE ha puntato sulla Croazia.

La costruzione di un rigassificatore in Croazia, che verrebbe gestito da OMV (Austria) e Total (Francia), dovrebbe costare dai 600 agli 800 milioni di euro. Il rigassificatore, della capacità di 15 milioni di metri cubi all’anno (quattro volte gli attuali consumi della Croazia), dovrebbe sorgere sull’isola di Kirk – dove si trova anche il terminale di Omisalj – ed entrare in funzione nel 2014.  

Mosca dovrà senza dubbio avanzare una controproposta molto lusinghiera per convincere Zagabria a ritirarsi dal progetto. La Russia ha offerto prezzi di favore alla Croazia sui rifornimenti dal  gasdotto South Stream, che però chissà quando sarà davvero realizzato. 

Economicamente interessante è invece la proposta russa di invertire il flusso di petrolio che passa attraverso il terminale di Omisalj – che scorre verso l’Europa centrale – per far sì che la Croazia lo usi non per importare ma per esportare il petrolio russo verso l’Adriatico e l’Europa occidentale. Questo procurerebbe a Zagabria un utile sul transito del petrolio, senza nessun nuovo investimento. La Croazia rinuncerà al progetto del rigassificatore in favore dell’offerta russa?

 

Ungheria. La compagnia aerea Malev, passata in mano russa nel 2007, torna proprietà dello stato ungherese in base a un accordo intergovernativo fra Mosca e Budapest. Lo ha reso noto il ministro delle Finanze, Peter Oszko. La compagnia di bandiera magiara era stata venduta nel 2007 alla società russa Air Bridge, di proprietà dell’oligarca Boris Abramovic. Air Bridge, nel 2009, ha fatto fallimento, e le azioni della Malev sono passate alla banca Vneseconombank (Veb) che non voleva gestire la compagnia in perdita continua. Per salvarla, il governo ungherese ha dovuto mettere 25 miliardi di fiorini (circa 100 milioni di euro), in forma di aumento di capitale, diventando in conseguenza nuovo proprietario al 95%. La vicenda però non è finita: la Malev, previo ok della Commissione europea, ha bisogno di altri miliardi in sovvenzioni per poter continuare a volare. Una ristrutturazione della società, con licenziamento almeno di un terzo dell'effettivo di 3.000, sembra inevitabile secondo esperti. Intanto in Ungheria l'opposizione conservatrice Fidesz attacca duramente il governo per la privatizzazione fallita, prospettando ''una resa di conto'', dopo le elezioni politiche di aprile.

+ L'estremismo potrebbe destabilizzare l'intera regione dell'Europa centrale: è il monito lanciato dai partecipanti a una conferenza internazionale sulla xenofobia e sull'avanzamento dell'estrema destra, organizzata a Budapest dalla Fondazione della società globale (vicina a George Soros). Il sociologo Janos Ladanyi, esperto di problemi dei rom, ha messo in rilievo che negli ultimi 20 anni 1,5 milione di persone hanno perso il posto di lavoro in Ungheria, sopratutto dell'etnia rom senza formazione professionale, concentrati in alcune regioni del Paese. Non si tratta più nel loro caso di disoccupazione, ma di esclusione totale dal mercato del lavoro a fronte di completa inattività dei vari governi per cercare di risolvere il problema. La questione dei rom alimenta l'estremismo: i perdenti dei cambiamenti e della crisi aderiscono spesso all'estrema destra, mentre i vincitori cavalcano temi populisti come l'ordine nella società. Secondo il sociologo Andras Toth, oggi internet è diventato un mezzo di organizzazione per l'estremismo favorendo i raduni di tifosi estremisti di calcio, di appassionati di rock nazionalista, di neonazisti e altri estremisti. Secondo i partecipanti alla conferenza, c'è il rischio di un ulteriore avanzamento del partito estremista Jobbik alle prossime elezioni ad aprile, e il successo elettorale di Jobbik potrebbe galvanizzare l'estremismo anche nei paesi vicini. L'immigrazione - è stato altresì rilevato - rafforza il razzismo in Europa occidentale, mentre a est i contrasti etnici fra ungheresi, slovacchi, romeni e il problema dei rom potrebbe destabilizzare la regione mettendo ''in pericolo la democrazia''.

 

Polonia. La Polonia ospiterà una batteria di missili patriot Usa e soldati americani dall'inizio di aprile. Lo ha scritto l'agenzia di stampa Pap "Il ministro della Difesa si aspetta che la prima fase dello stazionamento della batteria aerea da difesa Patriot avvenga nella città di Morag ad aprile", si legge.

I Patriot fanno parte di un accordo tra Polonia e Usa firmato lo scorso dicembre per aggiornare la difesa aerea dei membri della Nato, dopo la decisione di Washington dello scorso settembre di cancellare lo scudo missilistico dell'era Bush con installazioni in Polonia e Repubblica Ceca.

La Russia si è ripetutamente espressa contro lo stazionamento di missili Nato in paesi dell'ex-blocco sovietico e ha detto che rafforzerà le sue basi navali lungo il confine dalla Polonia alla sua enclave nel Baltico Kaliningrad.

I missili tattici Iskander saranno installati a Kaliningrad solo se Mosca si sentirà direttamente minacciata.

 

Georgia.  Il governo di Tblisi ha adottato, lo scorso 27 gennaio 2010, una "strategia nazionale di cooperazione con i territori occupati di Abakazia e Osssetia del Sud". E il termine "occupate" dice tutto. La Georgia non riconosce la sovranità della Russia su quei territori che intende riconquistare "pacificamente". Il Georgian Times riporta un proclama del ministro della Reintegrazione nazionale, Temour Iakobachvili, che non lascia spazio a dubbi: "Noi non accetteremo che i destini di quelle popolazioni (di Abkazia e Ossetia, ndr) dipendano dalle forze d'occupazione russe". Le intenzioni georgiane saranno concretizzate in un piano d'azione che sarà adottato dal 30 giugno 2010.

Intanto Mosca, che certo non starà a guardare, ha già speso 3,25 mld di dollari per Abkazia e Ossetia del Sud. Non per progetti di ricostruzione o investimenti, come sarebbe lecito attendersi. Ma per convincere la comunità internazionale a riconoscere l'autonomia delle due province, auto-proclamata nel 2008 e mai ratificata da nessun paese fuorché dalla Russia.

 

Kosovo. Due anni dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, 10 anni dopo la fine della guerra tra Belgrado e la milizia d’etnia albanese, il Kosovo ha un avvenire economico e politico? L’autoproclamata repubblica sta conoscendo parecchi problemi, anche se la situazione non è esplosiva.

“L’indipendenza non ha risolto nulla – dice Jean-Michel de Walle dell’Università Libera di Bruxelles -. Chi pensava che i problemi sarebbero stati superati automaticamente, quasi per magia, deve constatare che le questioni restano tutte. Non sono più gravi di prima, ma sono ancora tutte là”.

Dalla fine della guerra con la Serbia, il Kosovo ha ricevuto 4 miliardi di euro di aiuti finanziari. Al momento della sua indipendenza, Pristina sosteneva di potersela cavare grazie alle sue risorse minerarie e ai suoi giovani; ma la povertà, il crimine e la corruzione regnano.

Su due milioni di abitanti, il 40 per cento è senza lavoro. Il reddito medio pro capite annuo è di appena 1760 euro. E ora i donatori occidentali vogliono ridurre gli aiuti. “Dall’inizio – dice De Walle -, si sapeva che il Kosovo indipendente sarebbe stata una sfida economica. Non ha ricchezze naturali, né industria o agricoltura efficienti. E’ dunque un Paese povero, senza infrastrutture adeguate.

I problemi sono aggravati dalla mancanza di un’amministrazione competente e di adeguate élites politiche, economiche e sociali, capaci di lanciare un vero progetto politico per questo Paese”.

L’indipendenza non è stata dunque raggiunta in campo economico, ma nemmeno in quello della sicurezza pubblica. Diecimila uomini della Kfor e 2 mila poliziotti dell’Unione europea sono costantemente presenti per lottare contro il crimine organizzato e per raffreddare le tensioni tra la maggioranza albanofona e la minoranza serba. Quest’ultima non riconosce le istituzioni kosovare. E ora si attende un importante pronunciamento della Corte internazionale di giustizia.

“Finché non ci sarà la risposta sul quesito della legittimità della proclamazione di indipendenza – dice de Walle -, sarà difficile fare passi in avanti. Penso che per la Serbia, anche con un governo democratico e filo europeo, l’indipendenza del Kosovo sia qualcosa che resterà assolutamente inaccettabile”.

Se la sentenza, non vincolante, della Corte internazionale di giustizia, sarà favorevole a Pristina, le autorità serbe e kosovare potranno di nuovo riunirsi intorno a un tavolo per un negoziato. E in quella sede sarà deciso l’avvenire del Kosovo.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA DI QUESTO MESE

D’Amato G. (1998) Il Diario del Cambiamento. Urss 1990 - Russia 1993. Greco&Greco, Milano.

 

Di Meglio A. (2002). Viaggio tra le rovine dell'ex impero sovietico. Ottobre - Dicembre 1991. Edizione Athena, Napoli.

 

Mezzetti F. (2004) Il mistero Putin. Uomo della provvidenza o del ritorno al passato? . Boroli Editore

 

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n. 1 - febbraio  - 2010

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Un Suv Patriot della russa UAZ ora in Italia Fernando Martorelli vende, e con buon successo, i fuoristrada russi già da trent’anni. E assicura che questo Patriot (Motore Iveco da 110 cavalli. Diesel. 4 per 4), è  di classe. Sarà in vendita a 14 500 euro.

 

al Gr3 la visita di Netanyahu in Russia Il direttore di “Eurasia” Tiberio Graziani, è stato intervistato dal “Giornale Radio Rai 3″ a proposito della visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Mosca.
L’intervista è stata trasmessa nell’edizione delle 8.45 del 16 febbraio 2010.

Nel corso della sua visita a Mosca, il premier israeliano Netanyahu ha chiesto al presidente russo Medvedev sanzioni economiche più dure contro il regime iraniano e di non vendere a Teheran i potenti missili SS-300, arma micidiale contro gli aerei. Vincenzo Mungo ne ha parlato con Tiberio Graziani, direttore della rivista di geopolitica “Eurasia”.

A quali risultati può portare questa visita di Netanyahu a Mosca?

La visita rientra nel quadro delle nuove relazioni tra Russi e Israeliani. Esse evidenziano il ruolo della Russia nella partita vicino e medio-orientale, giocata fino a poco tempo fa esclusivamente da Washington e Londra. Nello specifico, la visita può condurre solo a risultati molto limitati e parziali.

Netanayahu ha chiesto a Mosca d’adottare sanzioni contro l’Iran che colpiscano soprattutto l’economia, ed ha anche chiesto di bloccare la vendita a Tehran dei missili antiaerei SS-300 che sarebbero molto efficaci.

Lei ritiene che possa ottenere qualche risultato di questo tipo?

Non credo che possa ottenere risultati di questo tipo. Possiamo invece affermare che, a quelle che sul piano diplomatico appaiono delle vaghe concessioni russe alle richieste di Tel Aviv, corrisponde sul piano militare una certezza: la fornitura di missili russi agli Iraniani. Tale fornitura ha almeno due scopi: 1) riequilibrare per quanto possibile il rapporto di forze tra Tehran e Tel Aviv e 2) sottolineare l’importanza della presenza di Mosca nello scacchiere vicino-orientale. In sintesi, si può affermare che al tradizionale e collaudato asse Washington-Tel Aviv si contrappone ora quello inedito, eurasiatico, formato da Mosca, Pechino e Teheran.

Quindi, a suo avviso, il governo russo non accetterà mai d’andare fino in fondo contro l’Iran relativamente al suo programma nucleare?

No, penso che rimarrà sempre un valido partner per Teheran”.

 

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NOTE DALL’ARCHIVIO DI CARLO BENEDETTI

 

Russia

Umberto Eco nelle pagine della rivista “Inostrannaja literatura”

@ Nel numero del maggio 1995 la rivista “Inostrannaja literatura” presenta un abstract del romanzo di Umberto Eco “L’isola del giorno prima”. La stessa rivista nel numero del luglio ‘95 pubblica, sempre di Eco, “Il pendolo di Focault” nella traduzione di Elena Kostiukovic. (Note in merito si trovano nel diario del 1995).

 

URSS

Lev Rasgon, un veterano del Gulag

@ Nella rivista "La nuova Europa"(numero dell’agosto 2009) viene ricordato il decimo anniversario della morte di uno dei veterani del Gulag staliniano che, dopo diciassette anni di prigionia, fondò insieme a Sacharov e Kovalëv l'associazione Memorial. Ecco un estratto dall'articolo Marta Dell'Asta

“Lev Razgon è stato un dissidente sui generis, una figura che si presenta in maniera contraddittoria:  ex detenuto del Gulag staliniano, non ha mai partecipato alle battaglie del dissenso, eppure nel 1988 è stato lui, e non altri, a fondare con Sacharov e Kovalëv l'associazione Memorial (protagonista di un immenso lavoro di studio sul Gulag). Ancora:  un ex zek, che nonostante questo ha sempre lavorato per case editrici di Stato, ha accettato di essere reintegrato nel partito, e ha tenuto le sue memorie ben chiuse nel cassetto fino alla perestrojka.

Non sono mancate a questo proposito le polemiche nei suoi riguardi: gli hanno rimproverato le parentele e le frequentazioni giovanili nell'élite del Partito, che hanno indotto qualcuno a considerarlo un personaggio ambiguo; gli hanno rimproverato anche di aver lavorato per l'amministrazione nel lager, mentre molti altri si rifiutavano di farlo; infine gli hanno rimproverato il debutto letterario tardivo, che getta un'ombra di conformismo sul suo libro. Presentata in questo modo, la sua non sembra una figura molto interessante, ma allora bisogna spiegare come mai le sue memorie del lager, arrivate dopo tutte le altre, siano state considerate un capolavoro del genere e lo abbiano inserito d'autorità nel novero dei grandi testimoni. E bisogna anche spiegare come mai personalità indiscusse come Sacharov lo abbiano incondizionatamente stimato.

Ma in fondo basta leggere ciò che scriveva, basta conoscerlo più da vicino perché i dubbi trovino una risposta. L'amico Marlen Korallov, copresidente di Memorial ed ex zek, ha risposto a una delle critiche: "La sua carriera come controllore del lavoro nel lager? Esistevano, sì, gli zek che rifiutavano per principio i posti "da imboscati" e rimanevano per principio ai lavori comuni. Gloria e onore a loro. Ma onore anche a Razgon, che usando la "Grande bidonata", falsificando i rendiconti per i superiori, ha salvato con intelligenza e tenacia i servi affamati del Gulag dalla razione punitiva, dalla pazzia di un sistema escogitato per spremerli".

Un altro amico, Boris Zutovskij, dice anche che Razgon era "prudente", non "vile", perché i diciassette anni di lager gli avevano prodotto tali ferite da segnarlo per tutta la vita; ad esempio, dopo aver tagliato gli alberi nel lager, gli dava fastidio la sola vista dei boschi di cui tanto aveva gioito da ragazzo: "I boschi della mia infanzia erano pieni di odori e di suoni (...) Poi venne il momento in cui per i boschi provai solo odio. Certo, erano boschi diversi quelli, boschi del nord, cupi di conifere, paludosi e privi di vita. Mai un pigolio, mai un uccello che cinguettava (...) Gli sparuti fiori del nord, poi, non hanno odore. E il bosco non era un luogo di gioia, ma di lavoro forzato. Nei lunghi anni passati all'estremo nord, quelli non furono boschi, per me, ma appezzamenti boschivi, terreni da disboscare. Non era alla loro bellezza che pensavo fissando quei pini eretti e rossastri o gli alti abeti muscosi, ma a quanti metri cubi di legna avrebbe dato il tal albero, e quanto legname effettivo se ne poteva ricavare: era un riflesso condizionato". Per lo stesso motivo non amava frequentare gli altri ex detenuti e non voleva vedere fotografie di campi:  il ricordo lo faceva star male. A causa di questa prudenza, frutto di una sofferenza mai placata del tutto, il suo itinerario spirituale è stato forse più lungo degli altri, ma molto radicale e sincero.

A complicare il suo percorso c'era anche il fatto che Razgon è stato molte cose nella sua vita: è stato comunista sin da piccolo (era nato nel 1908), quasi in via ereditaria, come figlio e parente di bolscevichi attivi ed emergenti. Ma prima di quello, era un ebreo nato in uno shtetl bielorusso, partecipe in ogni sua fibra di un modo d'essere, di una cultura e una comunità che costituivano un universo a sé. E infine Razgon è stato una vittima del Gulag, ma una vittima attiva, che da questa esperienza ha tratto la forza per una vera rivoluzione interiore.

"Ho la sensazione di aver vissuto numerose vite completamente differenti. Ma in nessuna sono stato una semplice "vite". Era Stalin a considerarmi una "vite", io invece mi consideravo, ed ero a tutti gli effetti, un attivo costruttore del sistema socialista; ho contribuito a svilupparlo nella misura delle mie forze e credevo che questo sistema ci avrebbe portato al luminoso futuro, all'eguaglianza universale. È stato un duro lavoro intellettuale, oserei dire, una vocazione. La "vite", del resto, non risponde dell'intera macchina".

Questa posizione così personale anche all'interno della grande ideologia, ha fatto sì che le prove più umilianti non lo incattivissero, ma anzi facessero sbocciare in lui quell'umanità piena che lo ha reso in qualche modo un'autorità morale, senza che lui lo avesse mai cercato. In realtà in Razgon affiora chiaramente una struttura personale religiosa, consolidatasi nelle condizioni critiche del lager ma rimasta sempre indeterminata, con un Dio che c'è e non c'è, perché inconoscibile e lontano; la lettera scritta in lager alla figlia si concludeva proprio così: "Ti protegga il Dio in cui non credo!". Quel che restava in lui era l'attaccamento a dei valori superiori indiscutibili:  "È un tratto del mio carattere quello di essere tollerante, cordiale e pacato... e di credere in un futuro buono. In questo senso sono un uomo profondamente credente. Anche in lager ho cercato di conservare i principi morali che ritenevo indispensabili per me in libertà. Altrimenti non sarei sopravvissuto. E devo riconoscere che in lager ci riuscivo più facilmente che da libero".

Non è da credere che la detenzione fosse poi così "facilitante", in realtà il faccia a faccia con la morte era drammatico, angoscioso:  "Quanta gente mi è morta sotto gli occhi di morte violenta, e in quella situazione ogni morte era violenta:  di malattia, di freddo, di fame e per troppo lavoro, per la brutalità dei carnefici; quanti sono stati fucilati innocenti, torturati a morte, calpestati". Ed è proprio per far fronte a tutto questo senza abbrutirsi che bisognava chiamare a raccolta tutte le risorse della propria umanità, dell'educazione familiare, di una cultura secolare. Nel far questo Razgon aveva acquistato con sudore e lacrime quella tolleranza, quella illimitata accoglienza che tutti poi gli avrebbero riconosciuto: "La mia tolleranza non significa affatto che guardo la vita con gli occhiali rosa, o che ho dimenticato il mio passato, e quello del mio Paese. No, non ho dimenticato, e porto tutto il peso della mia responsabilità davanti agli uomini, al mio paese, a me stesso. Non è un peso leggero. (...) Cinquant'anni fa sì, sarei stato disposto ad ammazzare quelli che avevano ammazzato Oksana (...) ora mi è indifferente. Non ho provato alcun piacere quando ho letto in un fascicolo negli archivi del kgb, che uno dei suoi assassini è stato torturato e fucilato dai suoi compagni cekisti".

Il punto di forza della sua umanità cordiale era proprio questo sofferto senso di corresponsabilità, che gli veniva dall'aver partecipato alla vita del Partito e ai suoi ideali; non si sentiva, in coscienza, di prenderne le distanze come se fossero totalmente altro da lui: "Io sento tutto il peso della responsabilità per ciò che è avvenuto nel mio Paese. Direi di più, credo addirittura di non aver saldato i conti con i miei diciassette anni di lager. No. Continuo a portare il peso di questa responsabilità sia davanti alla società sia, soprattutto, davanti a me stesso... Non ritengo di aver saldato il conto. Il conto è saldato solamente quando si riconosce fino in fondo quello che si è fatto, e quanto siamo tutti colpevoli - chi più, chi meno - per quel che ci è successo. Perché qualcosa è successo a tutti quanti: a chi stava dentro come a chi metteva dentro, e pure a chi ha scampato entrambi questi calici. Tutta la società era malata, di sani praticamente non ce n'era, tranne rarissime eccezioni".

Ma il senso di responsabilità andava oltre i destini politici e sociali del Paese, entrava nell'intimo dei rapporti familiari, e lo interrogava severamente, come si capisce dalle pagine che dedica alla madre. L'entusiasmo rivoluzionario, il mito dell'uomo nuovo che aveva inseguito, oltre ad aiutare a uccidere i corpi aveva fatto qualcosa d'altro, aveva ucciso la speranza di molti, compresa sua madre. Una volta morto Stalin, Razgon era riuscito con fatica a tornare a Mosca, dove era stato riabilitato e riammesso nel Partito, e questo gli era parso un minimo risarcimento per quanto aveva passato. Aveva ripreso la sua attività come scrittore di testi per l'infanzia e di volgarizzazione scientifica, ed era entrato nell'Unione degli scrittori; intanto però redigeva in segreto le sue memorie. Nel 1987 il settimanale "Ogonëk" aveva pubblicato, con enorme successo, il capitolo intitolato "La moglie del presidente", in cui narrava la storia drammatica della moglie di Kalinin. Nel 1988 La nuda verità era uscito per intero sulla rivista "Junost'", e i lettori sovietici avevano subito amato il suo modo lieve, spesso ironico e distaccato di raccontare fatti intollerabilmente tristi.

Questa pubblicazione lo aveva finalmente liberato dal timore che lo bloccava da anni, togliendogli una specie di pesante tabù psicologico; in questo senso, forse, Razgon aveva ragione a dire che nel lager era stato più facile restare fedele ai propri principi. In quegli anni aveva riacquistato il senso del fare memoria che aveva concepito nel campo: "In lager sopravvivere era l'unica forma di resistenza al regime. Ogni giorno in cui sopravvivevo era un colpo inferto a Stalin. Pensavo che se fossi sopravvissuto avrei raccontato tutto. Avrei potuto raccontare quello che non aveva potuto raccontare chi era morto. Era una delle sensazioni più dolorose vedere che gli uomini scomparivano e non ne restava più niente, perché tutti i loro cari erano ridotti in polvere".

Da quel momento si era impegnato a fondo e non avrebbe più smesso di spendersi generosamente fino alla morte. Nel 1989 si era coinvolto col gruppo di ex detenuti che voleva fare qualcosa per assicurare che il sistema dei campi non fosse cancellato e dimenticato, ma in quest'opera, che avrebbe portato alla nascita di Memorial, si era scontrato con una cocente delusione:  "Abbiamo scoperto che né il potere politico né la società volevano tornare a ricordare il passato (...) Fra qualche giorno compirò 90 anni e ci penso con amarezza. Non perché la vita finisce, questo è un fattore biologico naturale, ma sul piano storico, sociale. La memoria storica del nostro popolo non si è risvegliata. Anzi, ho la sensazione che la società cerchi di dimenticare tutto quello che ci turba (...) Mi sento in qualche modo colpevole perché non sono stato capace. Nessuno di noi è stato capace, non ci hanno sostenuto. Perché? Questa domanda richiede una lunga riflessione. La nostra società è ancor oggi spaccata fra quelli che mettevano dentro, e quelli che venivano messi dentro. E in larga misura oggi prevalgono i primi".

Ma nonostante tutto non aveva tirato i remi in barca, concentrandosi sulla propria vecchiaia e le proprie numerose malattie, era rimasto costantemente disponibile, attento ai bisogni altrui, preoccupato nel vedere la piega presa dalla società russa post comunista: "Purtroppo non abbiamo fatto molta strada dagli anni passati quanto a psicologia, ad atteggiamento morale, nel riconoscere la nostra responsabilità e soprattutto il valore della persona umana".
La sua battaglia era diventata l'abolizione della pena di morte in Russia, e non si stancava di richiamare da tutte le tribune i pericoli del momento attuale, l'imbarbarimento dei valori, la mancanza di misericordia. Per questo motivo nel 1992 aveva accettato un incarico molto gravoso, soprattutto per un uomo già provato come lui, quello di far parte della rinnovata commissione per la grazia presso la presidenza della Repubblica russa. Concretamente, questo voleva dire dedicare tre intere giornate ogni settimana alla lettura di enormi dossier giudiziari, il cui contenuto talvolta lo faceva tremare; ma, come aveva detto in un'intervista: "Questo è, per dirla in breve, un bene incredibile. Non per chi riceve la grazia col mio aiuto, ma per me stesso. Sì, è un lavoro pesante, direi un'opera morale, spesso di notte non dormo sotto l'impressione di quello che ho letto nei fascicoli. Ma mi purifica l'anima. Sono felice di aver scelto, ed essere stato scelto per questa missione. E sono convinto che questa attività porterà buoni frutti al nostro Paese". In tutto questo, Razgon rimaneva un uomo ilare, pur carico dei vecchi ricordi e delle nuove delusioni, aggravate da diversi infarti. Molti si sono chiesti come conciliasse l'immutabile gioia di vivere con la sua tremenda biografia. In qualche occasione Razgon aveva risposto a questo interrogativo: "Quando noi diciamo che bisogna sradicare la delinquenza, combattere il male, intendiamo che sarà qualcun altro a farlo, non noi. In realtà si può sradicare il male solo se ciascuno di noi diventerà più buono. Può suonare ingenuo, ma non ci sono altri modi per cambiare la società e la nostra vita".

 

SERBIA

In Serbia e' stata avviata l'iniziativa di fondare un nuovo partito politico dal nome singolare, 'Russia mia', il cui obiettivo ultimo è l'unione della Serbia con la Federazione russa.

@ Il promotore del progetto (che risale all’agosto 2009 secondo il nostro archivio) è Ivan Isakovic, un politico originario della città di Sabac, a ovest di Belgrado, già impegnato nella raccolta delle 10mila firme necessarie per la registrazione della nuova forza politica. ''La gente è entusiasta del fatto che finalmente ha preso il via il processo di creazione di un tale partito'', ha detto Isakovic citato dalla stampa serba. ''I firmatari sono in gran parte giovani, ma anche quelli piu' anziani mostrano interesse. Il nostro obiettivo è un sempre maggiore avvicinamento alla Russia, per arrivare un giorno all'unione con la Federazione russa'', ha aggiunto. Per Ivan Isakovic, si tratta di un ''corso naturale, dal momento che al popolo russo ci lega una storia comune e la religione ortodossa. Non vi è persona in Serbia che non sia legata emotivamente alla Russia, e il nostro partito è l'unico che puo' unire tutti i serbi, che invece sono stati divisi dai partiti attuali''. ''Vogliamo che a guidarci siano il presidente e il premier russi'', ha d'altra parte detto Isakovic in una intervista apparsa sul quotidiano russo Izvestia.

 

SERBIA

Un appello per Radio Klokot

@ Da un appunto del 29 agosto 2009: “L'Associazione dei giornalisti serbi (Uns) ha lanciato un appello alle autorità di Belgrado e alla popolazione serba a intervenire a sostegno di radio Klokot, un'emittente che trasmette in lingua serba nella parte sudoccidentale del Kosovo, in gravi difficoltà finanziarie e che rischia per questo la chiusura. Il proprietario della radio, Nikola Stolic - citato dall'agenzia Tanjug - ha fatto sapere che l'emittente ha urgente bisogno di macchinari e apparecchiature nuove, in caso contrario chiuderà nel giro di trenta giorni. Radio Klokot copre una regione nel sudest del Kosovo dove vivono circa 30 mila serbi”.

 

RUSSIA

E’ il 12 agosto del 2009.  Le agenzie di tutto il mondo diffondono il messaggio che il presidente Medvedev ha rivolto alla nazione. In riferimento al conflitto con la Georgia

@ Riprendo dai miei appunti dell’agosto 2009 questa dichiarazione del presidente russo Medvedev:“Ho preso la decisione di concludere l’operazione per costringere alla pace le autorità georgiane. L’obiettivo è stato raggiunto. E’ stata ripristinata la sicurezza delle nostre Forze di pace e della popolazione civile. L’aggressore e’ stato punito ed ha riportato gravi perdite. Le sue forze armate sono state disorganizzate.”

Sul teatro di guerra le truppe russe controllano il territorio georgiano e lo spazio aereo del paese.

Saakascvili farnetica. Accusa la Russia di bombardare l’oleodotto Baku-Tbilissi-Jeikhan. Ed è una menzogna che finanche il Pentagono non si sente di confermare.

Accusa la Russia di bombardare la capitale georgiana. Ed e’ una menzogna che in Italia hanno il coraggio di diffondere soltanto quelli che sono stati efficacemente definiti i saakasc…vili.

Le autorità dell’Abkhasia aprono il secondo fronte per cacciare dal territorio nazionale le truppe georgiane che in violazione di ogni accordo si erano attestate nella Gola di Kodor.

L’Abkhasia è la terra meravigliosa di Giasone e gran parte del suo territorio si affaccia sulle acque del Mar Nero. Per evitare che la flotta georgiana possa bombardare il paese dal mare si muove la Marina Militare Russa. Dopo qualche ora tutta la flotta georgiana viene affondata, nelle acque territoriali abkhase e nel porto di Poti.

Nella parte di novella Medea sedotta e abbandonata, Saakascvili ordina a tutte le sue forze armate di accorrere alla difesa di Tbilissi che nessuno minaccia. Sul fronte di guerra sembra scendere il silenzio mentre si leva la voce della diplomazia.

Dopo il palese fallimento registrato al Consiglio di sicurezza l’Europa ha un guizzo di orgoglio e di autonomia e sotto la guida di Sarkozy, presidente di turno, cerca con Mosca la via del dialogo e non quella delle minacce.

Il suo viaggio a Mosca è stato preceduto da un intenso intreccio di telefonate fra le maggiori capitali europee e il Cremlino. L’accordo è vicino e prelude alla vittoria del buon senso.

Nella Conferenza stampa seguita al fruttuoso incontro con Sarkozy il presidente Medvedev ribadisce i concetti della sua precedente dichiarazione: Abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissi. Prima di tutto abbiamo difeso i cittadini russi residenti nell’Ossezia del Sud. In secondo luogo abbiamo ristabilito lo status quo e abbiamo difeso l’ordine pubblico nello spirito degli accordi internazionali firmati nel 1992 e in quelli successivi. Abbiamo cioè rispettato in pieno il mandato di Forze di pace, e sia pure a malincuore, in forma più estesa.”

 

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TORNIAMO IN RETE A MARZO 2010

 

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notizie dall’est

29 agosto 2009 sabato

- numero 4 –

 

Le notizie e gli articoli sono liberamente riproducibili.

Si prega, comunque,

di rispettarne l'integrità citando fonte ed autori.

Questo spazio non rappresenta una testata giornalistica in quanto pur venendo aggiornato non sempre rispetta una precisa periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

 

 

EDITORIALE

● La Cina ''si oppone risolutamente'' alla visita del Dalai Lama a Taiwan. ''Non importa in quale veste o in quale forma il Dalai Lama vada a Taiwan, noi ci opponiamo risolutamente'', ha affermato l'Ufficio per gli Affari di Taiwan in un comunicato diffuso da Nuova Cina. Il governo di Taiwan aveva approvato l'invito rivolto al Dalai Lama da un gruppo di politici dell'opposizione in un'aperta sfida a Pechino, che considera il leader tibetano un ''secessionista''. Visitando una scuola, il presidente Ma Ying-jeou ha infatti sostenuto che il Dalai Lama ''puo' aiutare le anime dei morti a trovare la pace e a pregare per il benessere dei sopravvissuti'' al tifone Morakot, che si è abbattuto sull'isola all'inizio di agosto causando la morte di 670 persone. L'ufficio del Dalai Lama in India ha affermato che il leader buddista ha accettato ''in via di principio'' l'invito. A chiedere al Dalai Lama di recarsi a Taiwan per confortare le vittime del tifone sono stati i sindaci di sei comuni colpiti. Tutti e sei appartengono al Partito democratico progressista (Dpp) di opposizione e alcuni commentatori cinesi sostengono che l'invito a ''Sua Santita''' sarebbe in realtà una mossa politica per mettere in difficoltà il presidente Ma Ying-jeou e la sua politica di distensione con Pechino. Ma Ying-jeou, del Partito nazionalista o Kuomintang è stato eletto un anno dopo aver sconfitto il candidato del Dpp, che è per l'indipendenza dalla Cina. Negli ultimi 12 mesi le relazioni tra Pechino e Taipei sono nettamente migliorate dopo i dieci anni di infuocate polemiche che hanno segnato il periodo nel quale è stato al governo il Dpp. La popolarità del presidente è caduta a picco dopo il tifone, quando il suo governo è stato accusato di un colpevole ritardo nel capire la gravità delle devastazioni causate da Morakot e ad organizzare i soccorsi.

(Pubblicato 29 agosto 2009)

 

USA: ACCUSE DALLA POLONIA

● Gli Stati Uniti hanno di fatto abbandonato il progetto della costruzione nella Polonia e nella Repubblica Ceca dello scudo antimissile. Lo ha scritto il quotidiano Gazeta Wyborcza, citando Riki Ellison, un esperto americano, che guida a Washington l'azione a favore del progetto dello scudo, intervistato dal giornale. Secondo l'esperto, il Pentagono ha recentemente avuto l'offerta della società Boeing di costruire le piattaforme aeree per gli antimissili. L'amministrazione del presidente Barack Obama, secondo la stessa fonte, sta pensando ad installare le batterie di lancio anche sulle navi, oltre che nelle basi in Israele, Turchia e forse anche nei Balcani. Secondo Ellison "la nuova amministrazione prende di più in considerazione gli argomenti della Russia".

(Pubblicato 29 agosto 2009)

 

 

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Karadzic incolpa le potenze occidentali per la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Accusa i SERVIZI FRANCESI E UN ALTO FUNZIONARIO INTERNAZIONALE.

L’ex presidente della Repubblica Srpska Radovan Karadzic afferma che la guerra in Bosnia ed Erzegovina è stata imposta dalle potenze occidentali, le quali hanno messo i propri interessi strategici sopra la pace fra i gruppi etnici nei Balcani. Spero che attraverso il mio processo davanti al Tribunale penale internazionale dell’Aja la gente in Bosnia ed Erzegovina possa capire che cosa ci hanno fatto i membri della comunità internazionale, e in che modo ci hanno manipolato, ha evidenziato Karadzic nell’intervista scritta rilasciata al londinese “Finantial times”. Sempre Karadzic ha chiesto al Tribunale dell'Aja di fare richiesta alla Francia di presentare i documenti che possono essere utili alla sua difesa. I documenti riveleranno "un coinvolgimento diretto dei servizi francesi e di un alto personale internazionale nella guerra in Bosnia-Erzegovina", all'Esercito di Bosnia. Karadzic sostiene che il governo francese ha prove che dimostrano che le forze di pace dell'UN e le organizzazioni non governative facevano di contrabbando di armi, in favore del Governo dei musulmani di Bosnia, lunghe le zone franche, come Srebrenica. Karadzic afferma che l'ex comandante delle forze ONU in Bosnia-Erzegovina, il generale francese Bertrand de Laprel, consegnava per l'ONU, nel febbraio del 1995, le armi a Tuzla. "I documenti sosteranno e difenderanno il diritto di Karadzic che le operazioni militari contro le enclavi nel marzo 1995 erano legittime, in quanto la zona franca è diventata un paradiso per il contrabbando di armi con le quali si alimentavano gli attacchi contro civili serbi. I documenti dimostreranno le accuse dell'autorità di gestione del bombardamento di Sarajevo sul suo stesso popolo. Questi documenti sono necessari per confutare le accuse che i responsabili di questi attacchi sono Karadzic e l'Esercito della Republika Srpska", scrive nella sua presentazione alla Corte.

(Pubblicato 29 agosto 2009)

 

 

AIUTIAMO LA RADIO SERBA. RISCHIA LA CHIUSURA

● L'Associazione dei giornalisti serbi (Uns) ha lanciato un appello alle autorità di Belgrado e alla popolazione serba a intervenire a sostegno di radio Klokot, un'emittente che trasmette in lingua serba nella parte sudoccidentale del Kosovo, in gravi difficoltà finanziarie e che rischia per questo la chiusura. Il proprietario della radio, Nikola Stolic - citato dall'agenzia Tanjug - ha fatto sapere che l'emittente ha urgente bisogno di macchinari e apparecchiature nuove, in caso contrario chiuderà nel giro di trenta giorni. Radio Klokot copre una regione nel sudest del Kosovo dove vivono circa 30 mila serbi.

(Pubblicato 29 agosto 2009)

 

 

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notizie dall’est

27 agosto 2009 giovedi

- numero 3 –

 

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EDITORIALE

● Russia e Mongolia hanno siglato un accordo per creare entro fine anno una joint venture paritaria per la produzione di uranio naturale. L'intesa è stata firmata a Ulan Bator alla fine nei negoziati tra il presidente mongolo Tsalhiagin Elbegdorj e quello russo Dmitri Medvedev, in visita nella capitale mongola. E’ un segnale importante che viene da un continente dove si registrano ora problemi con il Nord Corea. Quanto alla vista dell’uomo del Cremlino l’occasione è quella dei festeggiamenti dedicati al 70-esimo anniversario della battaglia di Khalkin-Gol. Medvedev, in proposito, ha dichiarato che Russia e la Mongolia respingeranno con forza ogni tentativo di riscrivere la storia della Seconda guerra mondiale e di falsificare i suoi risultati.
La vittoria sulle truppe giapponesi pose fine infatti alle minacce che alla vigilia della Seconda guerra mondiale dovette affrontare non solo l’URSS, ma tutto il mondo.

Ad aprire i festeggiamenti ad Ulan-bator è stata la deposizione di corone al monumento al Maresciallo Gheorghij Zhukov che nel maggio-settembre 1939 guidò l’operazione contro le truppe giapponesi. Per loro fu una sconfitta totale che cambià il corso della storia, perché il Giappone fu costretto a non entrare nella guerra come alleato della Germania nazista. Anzi permise di trasferire, dall’Estremo oriente a Mosca, le truppe che contribuirono molto alla difesa della capitale sovietica del ’41. Dice ora  lo storico russo Andrej Volodin: ”La vittoria di Khalkhin Gol ebbe un grande significato in quanto dimostrò al Giappone che a Tokyo non conveniva aggredire l’URSS. In un certo senso Khalkhin – Gol anticipò i successi dell’Armata rossa nell’agosto e settembre del ’45. Oggi la Russia si volge ad oriente, per rendere più equilibrata la sua politica estera, rafforzando i rapporti di amicizia con la Mongolia. Per stabilire i rapporti di partenariato strategico i presidenti dei due paesi hanno firmato un documento che annuncia una cooperazione pluridirezionale.

(Pubblicato 27 agosto 2009)

 

 

MOSCA TEME LA COREA DEL NORD: ARMA I CONFINI

di Carlo Benedetti

 

● Non c’è mai stato tra Mosca e Pyongyang un grande amore. Tranne, ovviamente, la parentesi della guerra quando i sovietici corsero ad appoggiare nel 1950 le armate nordcoreane impegnate contro gli americani. I tempi cambiano. Ed ora il Cremlino - non più legato a schemi ideologici - schiera in Estremo Oriente un sistema di difesa antimissile per prevenire eventuali attacchi della Corea del Nord. Ed è una notizia destinata a sconvolgere la geopolitica asiatica oscillando fra interpretazioni e applicazioni diverse. Perché Mosca preoccupata dai recenti esperimenti missilistici della Corea del Nord (soprattutto di quel test nucleare nei pressi della città nordorientale di Kilju con una potenza tra i 10 e i 20 kilotoni, equivalente degli ordigni americani che nel ’45 spianarono Hiroshima e Nagasaki), si mobilita sul fronte orientale, organizzando un sofisticato sistema di difesa antimissile, in grado di prevenire eventuali attacchi. E tutto è reso ancor più drammatico se si pensa che Pechino - appunto con reazioni diametralmente opposte - è sempre dalla parte del Nord Corea imponendo, soprattutto agli Usa, di non fare troppe pressioni su Pyongyang sulle questioni dei diritti umani e della riunificazione. E la protezione di Pechino ha poi un altro valore: la Corea del Nord può essere agitata come una minaccia contro avversari reali e potenziali nell’area, e la capacità cinese di controllare tale minaccia ne aumenta il peso internazionale.

Ed è questo un tipico passaggio relativo ad una politica che auspica che le nuove tecnologie generino nuove politiche.

Intanto la conferma dell’improvvisa decisione di Mosca viene dal generale russo, Nikolai Makarov, il quale – aprendo nuovi scenari - precisa che le truppe di Putin-Medvedev possono contare in questo momento d’alcune divisioni dotate di S-400 (missili terra aria) come garanzia di sicurezza contro i lanci missilistici falliti nordcoreani. Tutto questo è messo in opera – rileva Makarov - per evitare anche che eventuali frammenti cadano sul territorio russo. E improvvisamente l’incubo diventa realtà.

La notizia riaccende i timori di un’escalation militare nella regione, proprio mentre stavano arrivando ulteriori segnali di distensione da parte della Corea del Nord. Il governo di Pyongyang ha, infatti, raggiunto un importante accordo per ripristinare quel canale umanitario che si occupa di organizzare le riunificazioni tra famiglie coreane, divise dalla guerra del 1950-1953. In tal senso si è espresso il portavoce del ministero per l'Unificazione sudcoreano, Chun Hae-sun, confermando che la Corea del Nord ha accettato l'offerta di Seul per una serie d’incontri sotto l'egida della Croce Rossa, i primi del genere da quasi due anni. I ricongiungimenti familiari tra Nord e Sud – è noto - furono inaugurati nel 2000 in seguito al primo, storico vertice intercoreano, tenutosi nello stesso anno a Pyongyang, tra il leader, Kim Jong-il, e l'ex presidente sudcoreano, Kim Dae-jung (premio Nobel per la pace) morto nei giorni scorsi.

Tramite questi eventi, tenutisi complessivamente sedici volte (carichi sempre di manifestazioni di scetticismo e dissenso), si calcola che, pur se in via temporanea, abbiano potuto ricongiungersi circa 23.600 sudcoreani e 12.500 nordcoreani, mentre sono oltre seicentomila i cittadini del Sud che si stima abbiano ancora parenti nel Nord. Nonostante tutto, gli Stati Uniti hanno dichiarato che lo schema delle sanzioni contro il regime di Pyongyang deve andare avanti. Lo ha detto Philip Goldberg, responsabile americano sull'attuazione e il rafforzamento delle sanzioni dell'Onu contro la Corea del Nord, nel corso della conferenza stampa presso l'ambasciata statunitense a Tokyo, che ha chiuso nei giorni scorsi la sua missione in Asia, durante la quale ha visitato anche Singapore, Thailandia e Corea del Sud. Goldberg ha osservato che gli Stati Uniti stanno avendo un'ottima cooperazione anche da parte della Cina, l'alleato più vicino di Pyongyang. Dopo aver ricordato la recente missione dell'ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, per la liberazione delle due giornaliste condannate in Corea del Nord a dodici anni di lavori forzati, Goldberg ha valutato positivamente l'atteggiamento più morbido della Corea del Nord. Il nostro obiettivo, però, è un processo che porti alla denuclearizzazione, alla fine della produzione di missili e della proliferazione di armi. "Questo - ha osservato il diplomatico - è quanto la risoluzione 1874 si propone di ottenere".

Sull'ipotesi di dialogo diretto tra Washington e Pyongyang, il responsabile americano ha categoricamente escluso una via di dialogo alternativa ai colloqui a sei (che coinvolgono le due Coree, Cina, Giappone, Russia e Stati Uniti), ribadendo ancora una volta che eventuali negoziati bilaterali tra Stati Uniti e Corea del Nord sulla questione nucleare rimarranno comunque all'interno di quel contesto. Ma è anche vero che i nordisti per bussare alla porta di Obama hanno scelto l’unico modo che conoscono e cioè il ricatto nucleare.

Intanto dalla Corea del Sud si fanno vive le organizzazioni di profughi nordcoreani e precisamente dal centro di Hanawon che - allestito dal governo sud-coreano ad Anseong, nella provincia di Gyeongi, confinante con il Nord - per la prima volta in dieci anni apre le sue porte. Dal 1999 ad oggi ha ospitato più di 14mila dissidenti del Nord. Al suo interno, corsi trimestrali per “superare i traumi della dittatura comunista” e imparare le regole per “sopravvivere” nel Sud.

Ad Hanawon dal 1999 più di 14mila dissidenti hanno completato il programma trimestrale d’inserimento nella società sud-coreana. All’inizio esso ospitava circa 150 persone; oggi, fra muri di protezione e misure di sicurezza, ne accoglie fino a 750. Un secondo centro governativo, per 250 dissidenti, è stato avviato a Yangju, nella parte settentrionale della provincia.

E il ministero sud-coreano dell’Unificazione (nel tentativo di oscurare e censurare qualsiasi tipo di riflessione) spiega che, nelle 12 settimane di corso, i rifugiati seguono un programma di recupero fisico e psicologico di 50 ore. Altre 135 ore sono dedicate a corsi per aiutare i nord-coreani ad inserirsi in una società moderna, capitalista e competitiva. Ai rifugiati è infine offerta la possibilità di imparare un mestiere e garantita una somma di denaro di poco superiore ai 2.300 dollari Usa.

Quanto alle questioni future relative alla gestione nord-coreana sembra sbagliato prevedere che Pyongyang adotterà prima o poi la politica riformatrice alla cinese. Il nuovo leader ha ripetutamente messo in guardia i suoi compatrioti contro il pericolo costituito dall’adozione del liberalismo, notando: «Il socialismo è inconciliabile con il capitalismo. Se si adotta il capitalismo in una società socialista, ciò porterà certamente al caos sociale prodotto dall’individualismo libertino». Alla luce di simili discorsi, anche se si può prevedere un’eventuale perestrojka alla nordcoreana (riforma solo economica), non si avrà nessuna glasnost (pluralismo politico) nel prossimo futuro.

La Corea del Nord attualmente in crisi non ha molta scelta riguardo al suo futuro politico. Essendo scomparso il modello sovietico, se essa adottasse a medio termine un progetto di cambiamento non sarebbe altro che il modello cinese. In questo senso si può presumere che l’avvenire del sistema nordcoreano dipenderà in gran parte dal successo economico della Cina.

E ancora una questione relativa alla politica strettamente geomilitare di Pyongyang. Va ricordato, infatti, che dopo  il crollo del blocco comunista, la Corea del Nord è precipitata in una crisi economica, pur se è stata evitata la sua disintegrazione finale. Soffre della carenza di materie prime fondamentali, come il petrolio e l’embargo decretato dall’Occidente la soffoca ogni giorno di più. È pertanto comprensibile che voglia ristabilire relazioni diplomatiche normali con i paesi occidentali, specialmente con gli Stati Uniti. Eppure proclama da tempo l’autonomia della sua economia in una dannosa perdita di tempo. Anche se ciò è parzialmente vero, l’aiuto economico straniero è questione di vita o di morte per un paese relativamente piccolo.

Sappiamo, infine, che questa crisi congiunturale si è aggravata in conseguenza della fine dell’Urss. Mosca ha smesso di sostenere Pyongyang dopo esserne stata per decenni uno dei due grandi sostenitori. Non avendo molta scelta, il governo nordista ha cercato di avvicinarsi a Washington, tentando di mantenere altresì buoni rapporti con il governo di Seul. Sembrava poi che la morte improvvisa di Kim Il-Sung, (8 luglio 1994) dovesse interrompere questo processo. Alcuni osservatori occidentali prevedevano il crollo dell’estremo bastione comunista. Altri pronosticavano lo scoppio della guerra fra le due Coree. Ora, è evidente che senza Kim Il Sung la Corea del Nord non è più la stessa. Ma il timore di una nuova guerra, nutrito da alcuni occidentali, si fonda sul nulla. Kim Jong-Il, figlio e successore di Kim Il-Sung, sottolinea, infatti, la continuità nella politica di apertura inaugurata dal padre.

Eppure la divisione della Corea si impone ai coreani con una frontiera psicologica e reale tra le due parti che passa per il 38° parallelo. Psicologica perché è una barriera che impedisce praticamente ogni sorta di scambio, sia personale, economico o culturale. I cittadini dei due paesi sono sottoposti a grosse limitazioni. E per i sudcoreani, la Corea del Nord è il paese più lontano del mondo. Reale perché il 38° parallelo, fissato nel 1953 dal trattato d’armistizio, è oggi una vera frontiera nella misura in cui l’Onu riconosce due Stati nella penisola. Questa divisione influisce in modo determinante sull’identità coreana.

Errori di calcolo e possibili ricadute sono sempre all’orizzonte. E coinvolgono – alla pari – le due capitali.

(Pubblicato 27 agosto 2009)

 

UNGHERIA, CINQUE ESTREMISTI DI DESTRA ARRESTATI PERCHE’ SOSPETTATI DI AVER UCCISO DEI ROM

Sono in detenzione preventiva cinque persone, arrestate e sospettate di avere ucciso numerosi rom. Lo ha annunciato il capo della polizia nazionale Jozsef Bencze. In Ungheria, negli ultimi 12 mesi una seria di attentati sono stati commessi ai danni di rom, con un bilancio di sei morti. L'ultima vittima era una donna di 45 anni uccisa a Kisleta (Ungheria est) il mese scorso, mentre sua figlia di 13 anni era stata ferita gravemente con un fucile di caccia. La polizia indaga da un anno con ingenti forze, sospettando l'azione di una ''brigata della morte'', con chiara matrice razzista anti-rom. Gli arresti sono stati eseguiti a Debrecen, città dell'Ungheria orientale; vari indizi, fra i quali anche test del dna inchioderebbero gli arrestati. Si tratta di cinque uomini fra 28 e 42 anni, tutti estremisti di destra.

(Pubblicato 27 agosto 2009)

 

 

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(no subject)

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notizie dall’est

8 LUGLIO 2009 MERCOLEDI

- numero 2 –

 

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EDITORIALE

● Obama ha lasciato Mosca. Ha trovato un Medvedev con il quale stabilire un contatto. Ma nello stesso tempo ha trovato un Putin fermo e duro. Ha scoperto (cosa che, del resto, doveva già sapere) che non è Dmitrij Medvedev, il presidente della Federazione russa, a disporre di effettivi poteri. Le redini reali del paese, infatti, sono nelle mani di Vladimir Putin. Un uomo che, per dirla con Obama, «sta ancora con un piede nella Guerra fredda».

Si pone, quindi, per l’amministrazione americana il problema del “che fare” dopo i clamorosi contrasti degli anni di George W. Bush.

Obama, in questo primo periodo della sua gestione, ha mostrato di essere un pragmatico. E pur se si è lasciato andare con una accusa (dura) al primo ministro di Mosca sa sempre che con il Cremlino non si può rompere. E tanto meno entrare nel merito delle questioni interne.

(Pubblicato 8 luglio 2009).

 

 

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RUSSIA

ORA A MOSCA IL RABBINO ARRIVA IN CASA

Una “sinagoga mobile” gira per le strade di Mosca. È al servizio dei fedeli di religione ebraica desiderosi di pregare senza essere obbligati a coprire lunghe distanze per raggiungere i luoghi di culto presenti nella capitale russa. Come riferisce la stampa moscovita, si tratta di una sorta di camper dipinto con le sembianze del Muro del pianto, che gira per la città, fermandosi in luoghi di solito affollati o molto frequentati. Dal mezzo esce il rabbino che invita chi lo desidera a entrare per recitare le preghiere. A questo scopo, la sinagoga mobile è attrezzata di tutto l’occorrente per celebrare il rito ebraico.  Dopo la preghiera è poi possibile ottenere informazioni su come, fra l’altro, acquistare un posto al cimitero ebraico o sui luoghi dove a Mosca si può eseguire la circoncisione. Per lo più la sinagoga itinerante percorre la centralissima via Tverskaia e il lungo Leningradski Shoss, fermandosi più spesso alle stazioni Sokol e Aeroport della metropolitana. Su un sito internet, infine, è possibile prenotare la sinagoga: compilando un form, si concorda il passaggio del rabbino in un luogo preciso della città. (Pubblicato 8 luglio 2009).

 

 

KIRGHISIA

LE PRESIDENZIALI FISSATE PER IL 23 LUGLIO

Il 23 lugliosi vota in Kirgizia. Il presidente uscente è il Kurmanbek Bakiev, che vinse le ultime presidenziali con l’88,9 per cento dei voti. Il suo sfidante più accreditato è Almazbek Atambaev, già primo ministro, ma difficilmente il presidente dovrebbe mancare la rielezione. (Pubblicato 8 luglio 2009).

 

 

BULGARIA

VINCE LA DESTRA E CROLLANO I SOCIALISTI. CAMBIA IL VOLTO DI SOFIA

di Elena Ferrara

 

Tramonta definitivamente il vecchio mito del voto bulgaro inteso come un plebiscito comunista. Ora Sofia va decisamente a destra e dalle urne, appunto, esce il nuovo voto bulgaro che è tutto nel segno dei conservatori e dei reazionari. C’è stata, infatti, nei giorni scorsi la vittoria del Gerb (Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria), il partito conservatore del sindaco di Sofia Boyko Borissov  un ex pompiere ed ex guardia del corpo del segretario comunista di un tempo, Todor Zhivkov. E c’è stato il conseguente  crollo del partito socialista (Bsp) che negli ultimi quattro anni ha governato la Bulgaria in coalizione con il partito di centrodestra dell’ex re Simeone II (Ndsv) e il partito liberale della minoranza turca (Dps).

Il Bsp si ritrova così ridotto ai minimi termini e il suo leader il socialista Serghei Stanishev ha perso definitivamente  pagando così per tutti quei casi di corruzione ai livelli più alti del potere. Paga anche per la  sua impotenza a combattere la criminalità organizzata, e tutto questo sullo sfondo di una crescente disoccupazione dopo che il paese è entrato negli ultimi mesi in recessione. Molti dei simpatizzanti del Bsp, infine, non erano mai riusciti  a mandare giù la «strana» coalizione con Ndsv e Dps.

La pesante aria di destra si era già fatta sentire nel 2007 quando il Gerb, affiliato del Ppe a Strasburgo, aveva vinto le amministrative e le prime europee nel paese balcanico, e il 7 giugno scorso era tornasto in testa alle europee per la seconda volta, inviando al parlamento cinque deputati dei 17 della quota bulgara.

Ora si può quindi dire che gli elettori bulgari (53% di affluenza alle urne) hanno punito i socialisti per il loro modo di governare ed hanno riposto nel Gerb le loro speranze. E il Gerb non dovrebbe avere problemi a formare un governo e a contare sull’appoggio in Parlamento degli altri partiti minori di destra: la Coalizione azzurra (al 7,7% dei voti), l’Rzs (Ordine, Legalità, Giustizia, al 4,6%) e il partito Leader dell’imprenditore Kristo Kovachki (al 4,0%). Rimarranno all’opposizione, oltre ai socialisti, il Dps (all’11,3%) e il partito nazionalista Ataka (al 9%). Il grande sconfitto è comunque l’Ndsv, che dopo otto anni al potere, raccoglie oggi appena il 3% dei voti e quindi rimane fuori dal parlamento. (Pubblicato 8 luglio 2009).

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notizie dall’est

6 LUGLIO 2009 LUNEDI

- numero 1 –

 

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EDITORIALE

● Inizia oggi una nuova serie di questo spazio internet. L’idea portante consiste nel dare spazio a testi, cronache, documenti, rievocazioni, libri ed analisi. Tutto sul campo dell’Est europeo: ex Urss, paesi che venivano definiti con il termine di “campo socialista”, Comecon e Patto di Varsavia. Si troveranno qui analisi e rievocazioni del passato, ma soprattutto si darà spazio alla attualità. Ci occuperemo, quindi, di politologia, la disciplina che ha per oggetto l'indagine sistematica dei fenomeni politico-sociali, nota anche con l'espressione tradizionale di scienza politica.

Nella realizzazione di questo nostro spazio-internet terremo quindi conto del fatto che l'insieme dei problemi posti dalla crisi dell'ideologia affermatasi all’est (come struttura statale) e dal crollo della maggior parte dei regimi politici che a tale ideologia si ispiravano vanno riletti e discussi.

L’abbattimento del muro di Berlino, nel novembre 1989, viene, infatti, convenzionalmente considerato come l’evento simbolo della concomitante fine della guerra fredda e dei regimi comunisti dell’Europa orientale. In realtà, segnali premonitori delle dinamiche disgregative che avrebbero interessato i regimi comunisti dell’Est si erano manifestati da tempo. Durante la leadership  di Gorbaciov in Unione Sovietica, iniziata nel marzo 1985, si era già prodotta di fatto la secessione strisciante delle Repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, resesi formalmente indipendenti nel marzo 1990 e riconosciute dalla Federazione Russa l’anno successivo. Parallelamente, aveva conosciuto una forte accelerazione l’avvicinamento politico e diplomatico all’Occidente di Paesi centroeuropei, da tempo membri indocili della “famiglia” comunista, come la Cecoslovacchia e l’Ungheria. Ancora più clamoroso il caso della Polonia, che aveva già sperimentato la forma, inedita per i regimi comunisti classici, dei governi di coalizione nazionale aperti a forze e movimenti di dichiarata ispirazione anticomunista.

Il postcomunismo si manifesta ora nell’area centrale dell’ex Stato guida, l’Unione Sovietica, con caratteri di elevata instabilità. La stessa Federazione Russa è scossa da conflitti politici, da rivendicazioni economiche, da tensioni interetniche che ne minacciano a più riprese l’unità e la governabilità. Il Paese vive ancora una transizione alle regole del gioco democratico che mette in moto processi in larga misura imprevisti dalla politologia occidentale. C’è stata, ricordiamolo, quella sollevazione golpista che nell’agosto del 1991 minacciò la transizione al postcomunismo in Russia e provocò, comunque, il fallimento del tentativo di pilotare pacificamente e gradualisticamente il processo di trasformazione. Gorbaciov venne esautorato alla fine dell’anno, quando si aprì la stagione della leadership personalistica di Boris Eltsin. Le conseguenze sociali e finanziarie del passaggio a una forma spuria di economia di mercato generarono un po’ ovunque un diffuso malcontento popolare. Con il crollo dei regimi cosiddetti socialisti, gli Stati successori costituitisi sulla base di una precedente riconoscibile identità linguistica, religiosa, etnica o culturale – la Polonia, l’Ungheria e, meno linearmente, la Romania, la Bulgaria e la stessa Albania – hanno cercato poi di ricomporsi nel contenitore di un nuovo Stato-nazione i cui confini territoriali sono rimasti quelli sanciti dalla seconda guerra mondiale. Sono deflagrate, invece, realtà costruite artificiosamente dalla vecchie diplomazie e “congelate” dalla dominazione sovietica postbellica, come nel caso della separazione (pacifica) fra Repubblica ceca e Slovacchia (gennaio 1993) e in quello della disintegrazione (cruenta) della ex Iugoslavia. Il postcomunismo ha segnato anche, conseguentemente, il riemergere di forti tensioni regionali, legate alle irrisolte questioni delle minoranze etniche o linguistiche (commistione fra comunità lituane e polacche nelle zone di frontiera fra i due Paesi, questione degli Ungheresi di Romania e di Slovacchia, degli Albanesi di Macedonia, dei Turchi di Bulgaria, per non parlare del complicato mosaico bosniaco. (Pubblicato il 6 luglio 2009).

 

RUSSIA-USA OGGI

OBAMA SBARCA AL CREMLINO. COLLOQUIA CON MEDVEDEV, MENTRE PUTIN SCALPITA

di Carlo Benedetti

 

La “prova del fuoco” tra Russia e Stati Uniti è cominciata oggi 6 luglio al Cremlino. Durerà sino a domani e solo allora si potrà fare il vero bilancio della situazione e comprendere sino a che punto l’americano Obama e il russo Medvedev (sempre sotto il controllo di un Putin che appare più fedele a quella ortodossia di vecchio stampo…) avranno raggiunto intese di rilievo sul processo dei negoziati per la riduzione degli arsenali nucleari. Le trattative in merito erano iniziate ad aprile, dopo l'incontro tra i due leader a Londra, ma ora la scadenza a dicembre del trattato Start-1 rende più urgente la questione anche in relazione all’impetuoso evolversi delle due società. E sempre a Mosca Obama si occuperà anche di archeologia politica incontrando l'ex leader del Cremlino Michail Gorbaciov, oltre a diversi esponenti della società russa. Sarà una sorta di ricognizione di facciata per dimostrare che gli Usa non dimenticano il passato e vogliono avere sempre sottomano una chiave di lettura organica. Quanto all’oggi, per ora, si è solo alle previsioni che la solita cremlinologia presenta nei media. Valgono, intanto, alcune battute che sono pur sempre un sintomo del rapporto russo-americano. E così Obama manda a dire che i russi devono capire che l’approccio ai rapporti con Washington - esistito nel periodo della cosiddetta “guerra fredda” - deve appartenere al passato. Poi si distingue  con un affondo che a Mosca appare poco diplomatico e per nulla corretto. Secondo le parole d’Obama, infatti, l’ex Presidente russo Putin “sta con un piede sulla vecchia via dello sviluppo dei rapporti, e con uno su quella nuova”. Pronta la risposta. Putin dice di “stare saldamente in piedi e di guardare al futuro” ed aggiunge che la posizione descritta dall’americano “per noi è una posa scomoda: stiamo fermi in piedi e guardiamo al futuro!”. E mentre i commenti alle battute si susseguono tra intrighi e concessioni il presidente russo Medvedev fa sapere di vedere nuove prospettive per i rapporti con gli Stati Uniti.

Lo ha già ribadito nel messaggio indirizzato al presidente americano in occasione della Festa dell'Indipendenza degli Stati Uniti. "Ci aspettiamo che al vertice - ha scritto - siano raggiunti risultati concreti che apriranno la strada a nuove prospettive per lo sviluppo delle nostre relazioni. Mi auguro sinceramente che con i nostri sforzi reciproci, i rapporti tra Stati Uniti e Russia possano fare un salto di qualità". E subito dopo Obama, cercando di cogliere il reale senso del messaggio del Cremlino ha utilizzato il canale giornalistico della agenzia di Mosca Itar-Tass sottolineando che la volontà di disarmo dei due Paesi deve essere un segnale al mondo.

“Vogliamo archiviare i tempi della guerra fredda” ha dichiarato Obama, spiegando di voler discutere di cifre concrete per la riduzione degli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia. Intanto sembra che all’incontro nella capitale russa Obama avvierà inoltre la discussione su un nuovo Trattato per la riduzione delle armi strategiche, in vista della scadenza dello Start a fine anno. L'ipotesi, secondo gli esperti, è che i due Paesi firmino proprio a Mosca una dichiarazione di intenti per fissare a un tetto massimo di 1.500 le rispettive testate nucleari.

Stando ai dati resi noti lo scorso aprile, gli Stati Uniti dispongono attualmente di 5.576 testate nucleari e la Russia ne ha 3.909. Sarà dunque questo che si apre a Mosca il vertice della ripartenza delle relazioni tra russi e americani. Ma è pur vero che sull'appuntamento di pace al Cremlino incombe l'ombra del premier Vladimir Putin, ancora scottato dalla critica mossagli da Obama di avere un piede nel passato e una mentalità in parte ancora da guerra fredda. E rivolgendosi ai telespettatori russi Putin ha voluto ricordare che il fatto di essere ben fermi sulle gambe è una peculiarità della Russia: “Questo - ha aggiunto - è ciò che ha sempre consentito alla Russia di andare avanti e di diventare più forte. E questo continuerà". Poi il capo del governo russo si è tolto un altro sassolino dalle scarpe, sconfinando in una materia ormai di stretta competenza presidenziale:  "Se noi vedessimo i nostri partner americani rinunciare al dispiegamento di nuovi complessi missilistici, di sistemi di difesa antimissile, o per esempio rivedessero il loro approccio verso l'allargamento dei blocchi politico-militari, o generalmente non pensassero più in termini di blocchi, allora questo sarebbe un grande passo avanti", ha osservato in riferimento all'iniziativa di difesa antimissile statunitense, il cosiddetto scudo spaziale, e all'espansione della Nato, e rimandando così la palla della guerra fredda nella metà campo avversaria.

In precedenza era dovuto intervenire il portavoce governativo Dmitri Peskov per cercare di limitare i danni della critica di Obama:  "Credo che il presidente americano  non possegga un'informazione completa. Sono sicuro che dopo l'incontro con Putin, cambierà il suo punto di vista", ha spiegato Peskov, assicurando che Putin ha capito da tempo che la guerra fredda tra est e ovest è finita.

La parola, comunque, passa ora al tavolo del Cremlino. Per Obama è però già un trionfo essere arrivato a Mosca. I russi della vecchia generazione, infatti, ricordano solo l’America di Angela Davis e degli idoli del jazz, i primi film western con lo sterminio degli “indiani” e le sortite politiche in chiave filosovietica del leader dei comunisti americani Gus Hall. Molti si sono formati alla luce delle vignette della “Pravda” che definiva gli americani tutti “Zio Sam” marionette dell’imperialismo. Ora la nuova generazione russa scopre un’altra America. E saluta il presidente americano quando dice – dalla prima pagina del quotidiano moscovita “Novaja gazeta” – “Tutti noi dobbiamo dimenticare la guerra fredda”.

E veniamo al programma riservato dal Cremlino all’ospite americano. Oggi, dopo le cerimonie di rito e il primo faccia-a-faccia con Medvedev, Obama dovrebbe tenere un discorso agli studenti di un istituto superiore di economia e incontrare esponenti della società civile e tra questi anche il leader del partito comunista Gennadij Zjuganov. Dalla capitale russa, volerà mercoledì in Italia, per partecipare al vertice G8, dove i risultati del summit moscovita diventeranno inevitabilmente oggetto di dibattito 'allargato'. Tanto più che all'Aquila ci sarà anche il presidente cinese Hu Jintao, candidato al ruolo di 'ago della bilancia' su alcuni delicati dossier, Iran in primis. (Pubblicato il 6 luglio 2009).